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Vajont, 56 anni dalla disgrazia

 Vajont: oggi ricorre il 56° anniversario del tragico evento che portò alla morte più di 2000 persone. Una catastrofe predetta dai geologi e annunciata dalla montagna stessa.

 

Di Ilaria Tomasi

Erano le 22:39 del 9 ottobre 1963, quando 270 milioni di metri cubi di roccia franarono dal versante settentrionale del Monte Toc ad una velocità 100km/h.
La frana, precipitando nel bacino artificiale del Vajont, provocò una gigantesca onda anomala che, superata la diga, si riversò sull’abitato di Longarone, causando più di 2000 vittime.
Anche se a Longarone non fu tanto la forza distruttiva dell’acqua, quanto il violento spostamento d’aria la principale causa del disastro, l’acqua fece la sua parte trasportando verso il mare detriti, resti di case e corpi senza vita.

La valle del Vajont

Una catastrofe predetta dai geologi e annunciata dalla montagna stessa che già nei mesi, settimane e giorni precedenti aveva dato segni di cedimento, con profonde fenditure nel terreno e con un crollo parziale della massa del monte. Presagi allarmanti che avevano convinto le autorità a far evacuare le pendici del monte Toc (adibite ad appezzamenti di terreno per gli abitanti di Erto e Casso) e ad abbassare il colmo della diga.

Questo perché proprio il riempimento della diga era all’origine dei movimenti franosi. Il crescente livello delle acque nel bacino ed il progressivo imbibimento dei terreni furono determinanti nella riattivazione della paleo-frana che interessava il fianco nord del monte Toc.

Una volta riempito il bacino, l’acqua assunse due “funzioni”, all’apparenza opposte ma entrambe di fondamentale importanza. Come abbiamo detto, l’acqua progressivamente imbibì i terreni appesantendo e riattivando così il corpo di frana precedente, ma allo stesso tempo fungeva da sostegno della frana stessa.

Questo perché l’enorme massa d’acqua era in grado, con una spinta uguale e contraria, di sorreggere il peso della frana.
Proprio per questo motivo fu suggerito, dai tecnici, uno svuotamento progressivo della diga così da permettere al corpo di frana di drenare ed assestarsi lentamente.

Questo però non accadde, infatti, dati gli smottamenti dei giorni precedenti, per paura di un crollo, si procedette ad un rapido abbassamento del livello di colmo. Lo svuotamento repentino del bacino rese meno stabile il corpo di frana, favorendone la messa in movimento.

L’onda provocata fu molto più grande di quella prevista dalle modellizzazioni effettuate e si divise in due lingue: una rimbalzò sul versante opposto del bacino investendo l’abitato di Casso e l’altra superò la diga dirigendosi verso Longarone. Miracolosamente intatto rimase il paese di Erto, riparato da un costone roccioso.

Il paese di Casso

Nonostante le grandi sollecitazioni la diga a doppio arco costruita dalla SADE (Società Adriatica di Elettricità) rimase intatta, proprio grazie alla caratteristica doppia arcata, e tutt’oggi si conferma una delle dighe più alte al mondo.

La diga del Vajont

All’epoca della sua costruzione, con i suoi  261.60 m e un bacino idrico di 168’700 milioni di metricubi, la diga del Vajont era la più alta al mondo. Lo scopo di tale bacino era quello di fungere da serbatoio per la regolazione stagionale del Piave e garantire così un apporto d’acqua ed alimentare la centrale idroelettrica di Soverzere.

Con oggi ricorre il 56° anniversario del tragico evento che portò alla morte più di 2000 persone.

Tanto si è imparato da questa tragedia, si sono elaborati nuovi protocolli e parametri di sicurezza per la messa in sicurezza di siti a rischio e/o pericolosi, ma tanto si sta iniziando a dimenticare.
Questo però è un lusso che non ci possiamo permettere! Non dobbiamo dimenticare che per lavorare in sinergia con Natura e Ambiente bisogna imparare a leggerne il linguaggio, capendo qual è e dov’è il limite prima che sia troppo tardi, evitando così che catastrofi come quella del Vajont possano ripetersi.
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