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Studio di previsione delle eruzioni vulcaniche, intervista al Dr. De Natale

Il giorno 15 c.m., è stato pubblicato su Nature Communications, la ricerca ideata da un gruppo di ricercatori INGV e University College of London per la previsione delle eruzioni. Questo metodo è stato applicato ai Campi Flegrei grazie a un’analisi comparativa della sismicità e delle deformazioni del suolo.

Al fine di approfondire e capire i risultati di questo studio, ma soprattutto allo scopo di tranquillizzare l’opinione pubblica allarmata, come al solito, da titoli chiamiamoli  ”accattivanti” o termini che con la scienza hanno poco a che fare, conosceregeologia ha contattato e intervistato il Dr. Giuseppe De Natale, il Dirigente di ricerca dell’INGV che ha eseguito lo studio.

Giuseppe De Natale, dirigente di ricerca INGV
Giuseppe De Natale, dirigente di ricercsa INGV

A voi la nostra intervista:

1. Lo studio, da lei ideato insieme con la University College of London, sta suscitando un grande interesse, purtroppo non per la valenza scientifica, quanto piuttosto per il giro di notizie allarmistiche che ha scatenato sui vari social e purtroppo anche su autorevoli testate giornalistiche. Ci potrebbe spiegare, con termini molto semplici, quali risultati avete raggiunto con questo studio?

”Ciò che noi dimostriamo è che in un’area vulcanica sottoposta a continui episodi di sollevamento cumulativi (indicatori di uno stato di sforzo crescente) la risposta del vulcano passa da ‘elastica’ a ‘fragile’, e che quindi ogni episodio successivo può avere un’evoluzione diversa e più critica dei precedenti. Finchè, oltre una certa soglia di sforzo, il sistema si frattura completamente, creando le condizioni per un’eruzione. Nel nostro lavoro mostriamo che l’analisi comparativa delle deformazioni del suolo e della sismicità rivela il passaggio del sistema da un comportamento ‘elastico’, ad uno elasto-fragile’ e quindi a quello ‘fragile’. Il nostro lavoro, infine, pone anche delle soglie di sollevamento cumulativo (molto conservative, come è giusto che sia per un’area così popolata), che implica che i sistema possa diventare completamente ‘fragile’ già dopo uno-due metri di sollevamento ulteriore.

Nel caso specifico, però, io credo che il sollevamento attuale sia un fenomeno di ‘ripristino’ delle condizioni del 1984, per un progressivo afflusso di gas in superficie provenienti dal serbatoio profondo, dopo il deflusso avvenuto dal 1984 al 2000-2005. Questo risultato non proviene dal presente lavoro ma dalle analisi dell’intero set di dati geochimici e geofisici da noi pubblicate pochi mesi fa su G-cubed (con R. Moretti e C. Troise). Quindi, a mio parere, l’attuale sollevamento, che non è prodotto da nuove intrusioni magmatiche in serbatoi superficiali (perchè i dati, analizzati nella pubblicazione su G-cubed citata, indicano chiaramente che magma superficiale non ce n’è), non può evolvere più di tanto, e si fermerà ad un livello di sollevamento minore o uguale a quello del 1984. Ciò che invece dovrà preoccupare sarà un eventuale episodio di sollevamento ulteriore, che supera il livello del 1984, e che in tal caso sarà a mio avviso di natura magmatica e (verosimilmente) con tasso molto più alto, simile alle crisi degli anni ’70 ed ’80. E’ chiaro che queste sono ipotesi, ma questo è il mio punto di vista attuale, che rappresenta una visione organica supportata da molte osservazioni. Ciò che comunque i dati certamente dimostrano (fino a prova contraria) è: 1) non c’è attualmente magma a basse profondità; 2) l’evoluzione di ogni episodio di sollevamento successivo può essere diverso e più critico dei precedenti (ossia, non dobbiamo aspettarci che l’area possa sostenere, senza eruttare, un’altra crisi come quella 1982-1984, solo perchè all’epoca l’eruzione non ci fu).”

2. Cosa occorre fare secondo lei per evitare il giro di cattiva informazione soprattutto su questi argomenti così delicati?

”Si può fare poco, perchè i media tendono ovviamente ad amplificare il lato ‘morboso’ (e quindi in questo caso allarmistico) della notizia. Come ricercatori, però, possiamo cercare di spiegare le cose senza esagerarle per renderle noi stessi più interessanti. Ad esempio, devo dire onestamente che il titolo del Comunicato Stampa dell’University College of London (che in Italiano suona più o meno: l’eruzione è più vicina di quanto si pensi…) non aiuta certo. Il COmunicato Stampa dell’INGV è molto più ‘scientifico’ ed informativo, ma forse proprio per questo la maggior parte dei giornali ha preferito la ‘traccia’ data dall’UCL.”

3. Quale sarà il prossimo passo, dopo questo studio, e su cosa si deve investire per continuare la ricerca in tal senso?

”Questo studio ha, secondo me, un’importanza notevole per due motivi: 1) perchè indica chiaramente una strada nuova e percorribile per una ‘previsione’ delle eruzioni in senso fisico, e non in maniera empirica e frammentaria come si fa oggi (almeno per vulcani che non hanno un notevole ‘record’ storico di eruzioni in tempi recenti); 2) perchè indica chiaramente anche la direzione della ricerca futura per rendere più fattibile e precisa la previsione. Infatti, determinare con precisione lo ‘stato’ del vulcano in termini di sforzo cumulativo dipende in gran parte dalla ‘reologia’ (ossia dal modo di rispondere allo sforzo) delle rocce profonde. Nel nostro lavoro analizziamo i comportamenti principali: elastico e fragile, ma non dobbiamo dimenticare che in un’area vulcanica con altissimi gradienti di temperatura il comportamento ‘viscoso’ può giocare un ruolo fondamentale: infatti, per viscosità molto basse gli sforzi ‘lenti’ si dissipano in tempi molto brevi grazie al ‘flusso viscoso’. L’entità dell’effetto viscoso è uno dei parametri più difficili da determinare, se non si conoscono in dettaglio materiali e temperature alle varie profondità; un metodo molto efficace, per determinare con precisione tutti i principali parametri fisici delle rocce profonde è il carotaggio diretto, mediante perforazioni crostali. Questo è quindi, nell’area flegrea, l’obiettivo di ricerca futuro più urgente e più utile.”

IMMAGINE IN EVIDENZA: Panorama della caldera dei Campi Flegrei visto dalla Collina dei Camaldoli (foto di Roberto Isaia, INGV-OV).