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Vajont, 53 anni dalla tragedia – FOTOGALLERY CONOSCEREGEOLOGIA

Tragedia del Vajont, 53 anni fà, il 9 ottobre 1963, la grande frana del M.te Toc precipitò nell’invaso artificiale facendo abbattere una valanga d’acqua nella valle del Piave ammazzando 1910 persone.

53 anni fà, il 9 ottobre 1963, alle ore 22.45, 260 milioni di metri cubi di roccia si staccarono dal Monte Toc e precipitarono nell’invaso artificiale della più grande diga al mondo dell’epoca. La frana, precipitando nel lago, sollevò una massa d’acqua alta 250 metri che scavalcò la diga e si abbattè sui paesi di Longarone, di Erto e di Casso.

Un boato indescrivibile anticipò l’arrivo della valanga di acqua, fango e detriti che travolse gli abitanti della valle spazzando via l’abitato di Longarone e trascinando per decine di chilometri nella valle del Fiume Piave praticamente tutto. Il bilancio fu catastrofico: 1.910 vittime.

Questo l’epilogo della storia del Vajont e di quella che si definisce ancora oggi una tragedia annunciata. È anche oggi sufficiente recarsi sul posto e capire, restando sbigottiti, cosa la forza della natura è in grado di produrre quando non la si rispetta e si vuol far finta di trascurare i rischi che può procurare.

Quella diga era stata voluta e costruita dal conte Volpi di Misurata, ex ministro fascista del governo Mussolini, fondatore e presidente della SADE (Società Adriatica per l’Energia Elettrica), uno dei monopoli elettrici più potenti dell’epoca.

Nel 1940 vennero effettuati i primi sopralluoghi dal geologo Giorgio Dal Piaz e dal progettista ingegnere Carlo Semenza, che individuarono, in quello, il luogo più adatto per costruire la diga più alta del mondo.

Il geologo Dal Piaz, nella sua relazione geologica scrisse che: “……..se vi è una località la quale colpisce l’osservatore per le peculiari sue caratteristiche morfologiche particolarmente adatte per opere di sbarramento in generale, questa è appunto la valle del Vajont…………… A cominciare dal ponte di Casso fino quasi allo sbocco della valle del Vajont in quella del Piave per un tratto di circa 3 chilometri, si può dire che vi sono innumerevoli sezioni in cui la gola si presta per la costruzione di una diga di sbarramento………..”

I rilevamenti geologici iniziarono nel 1949 e immediatamente seguirono le prime proteste da parte delle amministrazioni coinvolte dal progetto in quanto la costruzione della diga avrebbe provocato l’esproprio di case e terreni degli abitanti della valle; ma le proteste e i forti dubbi degli organi preposti al controllo del progetto non riuscirono a fermare i lavori per la costruzione della diga che iniziarono nel 1956, senza l’effettiva autorizzazione ministeriale.

Quando iniziarono i lavori, si avvistarono i primi segni della non idoneità del sito in quanto si produssero alcune scosse sismiche e prime fessurazioni in corrispondenza dei primi collaudi che gioco forza dovevano essere eseguiti con l’aumento del livello idrico del lago.

La SADE,  fece quindi effettuare ulteriori rilievi geologici che rilevarono il rischio di slittamento del terreno verso il bacino artificiale formato dalla diga.

Il versante settentrionale del M. Toc (foto E. Semenza) da http://www.vajont.net/page.php?pageid=PGDET00R
Il versante settentrionale del M. Toc (foto E. Semenza) da http://www.vajont.net/page.php?pageid=PGDET00R

Nella relazione geologica Lepold Muller, geologo austriaco, alla SADE, scrisse che “…non possono esistere dubbi su questa profonda giacitura del piano di slittamento o della zona limite. Il volume della massa di frana deve essere quindi considerato di circa 200 milioni di metri cubi”.

Tratto della fessura perimetrale (foto E. Semenza) da http://www.vajont.net/page.php?pageid=PGDET00R
Tratto della fessura perimetrale
(foto E. Semenza) da http://www.vajont.net/page.php?pageid=PGDET00R
Profili geologici delle valli Vajont e Gallina ( M. Besio - E. Semenza) http://www.vajont.net/page.php?pageid=PGDET00R
Profili geologici delle valli Vajont e Gallina
( M. Besio – E. Semenza) da http://www.vajont.net/page.php?pageid=PGDET00R

Nonostante queste conoscenze, all’epoca già di notevole precisione, la SADE non inviò mai i rapporti di questi rilievi agli organi di controllo, continuando i lavori, e così il 4 novembre 1960 avvenne una prima frana di 700 mila metri cubi di roccia che franarono nel bacino. A seguito di ciò fu commissionata all’Istituto di Idraulica e Costruzioni Idrauliche dell’Università di Padova una simulazione del disastro.

Lo studio riprodusse in scala un modellino con una possibile frana di 40 milioni di metri cubi di ghiaia. In base a questa approssimativa simulazione si determinò l’innalzamento del livello dell’invaso a quota 700 metri. Dal 1961 al 1963 furono praticate varie modifiche del livello dell’invaso per limitare il più possibile le possibilità di smottamento del terreno circostante la diga: il 4 settembre 1963 il livello della diga toccò quota 710. Si decise di andare avanti e, con il consenso degli apparati statali, con la complicità di una scienza assoggettata, con il compromesso del potere politico, si decise di correre un rischio annunciato, fino alla tragica sera di 53 anni fa.

Oggi la diga del Vajont è immobile, intatta e fredda. Un simbolo sempre più indelebile, dell’incoscienza e della sete di potere, e un monito che con la prevenzione e l’attenta valutazione del contesto geomorfologico in cui si vuole eseguire una grande opera così importante come una diga, disastri del genere possono evitarsi.

Questo perché ovunque, ed in particolare nel nostro paese, possono esistere delle cause ‘’predisponenti’’ come le condizioni climatiche, morfologiche, geologiche e sismiche ma ad innescare una frana sono spesso altre cause, come nel caso del Vajont, date da fattori artificiali ed “economici” e quindi umani.

Oggi ricorrono 53 anni da una ”tragedia annunciata”, come la storia ha dimostrato. La diga del Vajont è lì, come anche il torrente Vajont, 1910 persone, da 53 anni, non più!

guarda la fotogallery (LA DIGA E LA FRANA OGGI):